L’emergenza occupazionale, estesa a livello globale dopo il periodo post-lockdown – ma da sempre piaga della città di Messina – e la crisi dei giovani costretti a lasciare la città sono stati gli spunti principali d’argomento della VII Commissione Consiliare Permanente, presieduta dal Consigliere comunale Placido Bramanti, alla presenza degli Assessori alla Pubblica Istruzione, Servizi Scolastici e Formazione Vincenzo Trimarchi e alle Politiche del Lavoro Dafne Musolino.

“Le previsioni – sottolinea il Presidente Bramanti – sono chiare e di certo non delle più rosee. Dall’analisi del tasso di occupazione riguardante la fascia d’età compresa tra i 15 ed i 24 anni emerge che è il lavoro il motivo prevalente dell’emigrazione: in Italia, infatti, il tasso di occupazione dei giovani raggiunge soltanto il 16,9%. Questo dato allarmante spinge i nostri giovani a trasferirsi all’Estero verso mete come l’Inghilterra (da sempre la più ambita), la Germania (che offre importanti occasioni di formazione e lavoro), ma anche la Svizzera e la Francia (privilegiate per la vicinanza geografica). Per quanto riguarda le Regioni di provenienza, quasi un quinto dei giovani che hanno lasciato l’Italia negli ultimi dieci anni viene dalla Lombardia (18,3%). Seguono Sicilia, Veneto e Lazio, con oltre 20 mila emigrati ciascuno. In rapporto alla popolazione giovanile residente, negli ultimi dieci anni hanno lasciato l’Italia circa 20 giovani ogni 1.000 residenti della stessa fascia d’età. Anche a Messina si registrano dati preoccupanti: diecimila residenti in meno nel giro di sette anni e una popolazione che diminuisce di 2 mila unità l’anno.

I dati più significativi sono però quelli che riguardano le fasce d’età e che raccontano di una generazione, quella dei trentenni, che più delle altre ha subìto le conseguenze della crisi e di un tessuto economico e politico che non è più in grado di offrire delle prospettive di realizzazione. Si parla di più di 5mila giovani fra i 26 e i 30 anni, pari al 30% dell’intera popolazione emigrata.

La maggior parte dell’emigrazione messinese riguarda le immediate vicinanze o comunque l’Italia, non l’Estero, spesso per carenza di risorse economiche – che al Sud sono tradizionalmente più scarse – o in termini di competenze e di conoscenza delle lingue. Per quanto riguarda la Sicilia, Messina registra, infatti, tra le altre province siciliane una media piuttosto bassa (pari a 13 emigrati verso l’estero ogni 10 mila abitanti), seconda in Sicilia solo a Trapani, anche se occorre considerare che non tutti coloro i quali decidono di andare a cercare fortuna altrove poi spostano effettivamente la residenza, almeno nell’immediato.

Le principali mete, dunque, dei giovani che lasciano il Mezzogiorno, ed in particolare la nostra città, restano le regioni del Centro-nord, con un testa a testa tra Milano e Roma, e che interessa soprattutto la fascia d’età tra i 26 e i 30 anni, quindi subito dopo gli studi e a cavallo della prima occupazione. Gravemente provato anche il settore della Formazione dei nostri giovani, che prevede un peggioramento dei tassi di passaggio scuola-Università rispetto agli anni precedenti, anche dovuto all’emergenza Coronavirus, che ha acuito il crollo delle iscrizioni alle Università. Lo stesso Svimez, l’Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno, nel suo ultimo rapporto ha stimato, nell’anno accademico 2020/2021, una perdita di circa 10 mila matricole, di cui i due terzi riguardanti le regioni del Sud.

La valutazione è basata su quanto accadde nella precedente crisi, replicando lo schema che si è manifestato all’indomani dell’A.A 2008-2009, in rapporto all’indebolimento dei redditi delle famiglie soprattutto nel Mezzogiorno. Secondo il dato più recente (risalente al 2019), il Mezzogiorno ha ancora 12.000 immatricolati in meno rispetto al 2008 e un tasso di passaggio di oltre 5 punti percentuali più basso. Diversa invece la situazione al Centro-Nord, dove si è registrato per l’intero periodo un incremento di 30.000 immatricolati circa e un aumento di oltre un punto percentuale del suo tasso di passaggio.

Ad acuire il fenomeno del calo delle iscrizioni nel nostro Ateneo è anche la scelta sempre più frequente dei giovani messinesi di immatricolarsi in sedi del Nord. Eppure le Università del Nord non sono migliori di quelle meridionali. Probabilmente lo sono nella percezione delle famiglie meridionali e lo sono quasi sempre nelle classifiche pubblicate periodicamente che orientano in modo rilevante la ripartizione dei fondi e, di conseguenza, contribuiscono alla perdita degli stessi per le sedi meridionali, rendendole meno attrattive. Fortemente penalizzata dai recenti dati comunicati dal Censis, noto Istituto di Ricerca Socio – Economica Italiano, è proprio l’Università di Messina, condannata all’ultimo posto (17esimo su 17, con 75.5 punti) tra i grandi Atenei (da 20mila a 40mila iscritti) nell’edizione 2020/21 della classifica del Censis (Centro studi investimenti sociali) sulle Università italiane. Punteggio in calo, dopo la lieve crescita degli scorsi anni. Tutto questo a danno del Mezzogiorno e delle famiglie meridionali costrette a sostenere spese ingenti per iscrivere i loro figli in Università che di fatto non sempre sono migliori di quelle sotto casa. A pesare nella scelta, oltre alla supposta maggiore efficienza degli Atenei del centro-nord, è anche la convinzione di una via più semplice per trovare occupazione, che tuttavia risulta favorita spesso soltanto dalle migliori condizioni economiche ed occupazionali della sede dell’Istituto, e non per forza da meriti legati alla formazione.

Tra le proposte, al fine di contenere il rischio del crollo degli iscritti negli Atenei meridionali, l’esonero dalle tasse dalla soglia dei 13.000 euro a 20.000 in tutto il Paese al considerare, nell’ambito dei finanziamenti europei per il supporto ai Paesi membri più colpiti dal Covid-19. E’ fondamentale mettere a punto un piano per provare a ridurre una volta per tutte il divario che esiste tra gli Atenei del Sud e quelli del Nord – ha concluso Bramanti – per disincentivare l’abbandono della città da parte dei nostri giovani, che avviene non solo per motivi occupazionali ma prima ancora per scelta di studio. Dobbiamo permettere ai giovani messinesi di scegliere di proseguire il loro percorso di studi nella propria città senza rinunciare per questo alla qualità della docenza, della ricerca scientifica e dei servizi, ma garantendo loro di potersi formare in un luogo nel quale si produce e si trasmette cultura e conoscenza”.